Smaug the Golden

Lo so, a volte sono un pochino nerd. Questo disegno è stato realizzato nove mesi fa e adesso, alla fine di una lunga gravidanza, ho deciso di pubblicarlo. È la mia versione di Smaug il Terribile, e nella mia mente ha sempre avuto quest’aspetto, sin dalla mia prima lettura de Lo Hobbit. Non dubito che la versione di Peter Jackson in La Desolazione di Smaug sarà molto, molto migliore della mia.

I know, sometimes I’m quite a nerd. This drawing was made ​​nine months ago and now, at the end of a long pregnancy, I decided to publish it. It’s my version of Smaug the Terrible, and in my head he has always been like that, since the first time I read The Hobbit. I do not doubt that Peter Jackson’s version in The Desolation of Smaug will be much, much better than mine.

PRINTS AVAILABLE HERE!

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Chiude Passepartout (ovvero: L’Italia è davvero solo la terra dei cuochi)

Nel fango affonda lo stivale dei maiali. 
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.

[F. Battiato, Povera Patria]

Mantegna

Vagavo come una vacca senza campana per i campi di Facebook, lo sguardo perso a contemplare chilometrici bollettini medici sulla salute del piddì e polemiche di risposta alle polemiche sulle polemiche dei grillini, finché un titolo ha attirato il mio sguardo e i pochi neuroni sopravvissuti al suicidio di un pomeriggio di un giorno da cani: ADDIO A PASSEPARTOUT DI DAVERIO. Apro l’immagine dell’articolo scansionato, pregando tutti i santi conosciuti più qualcuno aggiunto a caso per l’occasione che sia l’ennesima bufala feisbucchiana scritta allo scopo di attirare qualche sparuto lettore. E invece no.

Philippe Daverio

L’articolo scritto da Aldo Grasso per il Corriere della Sera parla chiaro: Passepartout è morto. Deceduto. Ucciso brutalmente dai vertici Rai, perché non conforme alla normativa per cui i programmi del palinsesto nazionale devono necessariamente essere realizzati attingendo a forze interne alla rete. Non capite quale sia il problema? Non starò a spiegarvelo, vi basti sapere che non è nulla di minimamente valido per giustificare la soppressione dell’unico vero programma di approfondimento culturale che non sia un mero rimontaggio di materiali importati dal Regno Unito o dagli Stati Uniti.

logo rai originale

La decisione di fucilare Passepartout di Philippe Daverio è, a ben guardare, facilmente comprensibile. In una rete nazionale le cui punte di diamante The Voice, La prova dei cuochi e altri ameni abomini del genere, cosa caspita ci fa un programma come Passepartout, il cui sottotitolo dovrebbe essere “il fratello smart di Superquark“?

Niente. Un benemerito nulla. E come talune spietate specie animali sopprimono i nati più deboli, Mamma Rai decide lucidamente di mandare prematuramente in tomba il suo figlio più meritevole. E così, eccoci diventati un popolo che contribuisce (anche pecuniariamente, non dimentichiamolo) al proprio abbrutimento culturale. Arriverò al punto di non sapere più per cosa ringraziarti, mia bella Italia barbaramente iconoclasta, ottusamente dimentica di ciò che è stata e colpevolmente disinteressata a ciò che potrebbe diventare, perseverando in questo costante eccidio del bello e del buono in favore del brutto e del volgare.

Angels

The Crossbow

Tra i fan di Game of Thrones, quelli che amano Re Joffrey Baratheon sono davvero pochini. Personalmente, lo odio di tutto cuore, benché apprezzi la performance di Jack Gleeson. Comunque, avevo voglia di disegnare qualcosa riguardo un personaggio che sta guadagnando importanza in questa serie tv, ovvero la piccola dolce ambiziosissima Margaery Tyrell, splendidamente interpretata da Natalie Dormer. Ecco il risultato.

Among the fans of Game of Thrones, those who love King Joffrey Baratheon are very few. I genuinely hate him, even though I adore Jack Gleeson’s performance. However, I wanted to draw something about a character who is gaining increasing importance in the TV series, the sweet little ambitious Margaery Tyrell, beautifully played by Natalie Dormer. Here’s the result.

Prints available here: [link]

The Crossbow_small

Iron Man 3 (ovvero: Don’t worry, be happy)

“Mio padre è andato a comprare i gratta e vinci. Credo che abbia vinto, perché ci è andato sei anni fa e non è più tornato.”

[Woody Allen... no, scusate, volevo dire Bambino Irrilevante Ma Simpatico in Uomo Ferro 3]

Iron Man 3

Robert Downey Jr che fa una battuta divertente. Esplosioni. Robert Downey Jr che fa un’altra battuta divertente. Esplosione. Gente che si lancia nel vuoto. Battuta divertente di personaggio casuale. Situazione comica del temibile villain. Esplosioni. Altre esplosioni. Robert Downey Jr che fa una serie di battute divertenti in mezzo alle esplosioni. Titoli di coda. Scena con battute divertenti.

Spero abbiate gradito il mio articolatissimo resoconto di Iron Man 3 di Shane Black, attesissimo (?) ultimo (??) capitolo della mini-saga dedicata a Tony Stark (nonché alla consacrazione di Robert Downey Jr come miglior mattatore cinematografico degli Stati Uniti d’America).

Vi prego, non saltate subito alle conclusione e fermate sull’orlo delle vostre carnose labbra quell’ “Alessia, porco mondo, non ti sta mai bene niente” che sta per prorompere direttamente dal cuore. Perché in realtà, a me, Iron Man 3 è piaciuto. Pure parecchio, devo dire. Il che non lo rende di certo un capolavoro, ma ne fa un prodotto godibile e meno becero del precedente capitolo (che, benché stroncato da tutto e tutti, vi confesso che qualche risata me l’aveva strappata).

Iron Man 3

Ma andiamo un pelino più in profondità, altrimenti mi sarei limitata a scrivere un laconico “Iron Man 3 godibilissimo” su Twitter, facendo avanzare sufficiente spazio per hashtaggare tutti i membri del cast fino all’addetto al catering. Partiamo subito col dire che il film si apre con una bella voice over del nostro protagonista (laddove per “bella voice over” intendo “odioso stratagemma narrativo usato e abusato a sproposito che il più delle volte spiega ciò che già possiamo dedurre semplicemente con l’osservazione delle immagini”). Mi innervosisco un pelino, fortuna che a parlare è Robert Downey Jr (o dovrei dire Tony Stark? vabbè, la distinzione mai come in questo caso è trascurabile) che risulterebbe simpatico e accattivante anche se fosse incastonato nella Ka’ba di Mecca invisibile agli occhi del mondo.

L’accattivante (malgrado la voice over) inizio mi svela ciò che già era nell’aria da tempo: il film in questione è tratto da Extremis, storia scritta da Warren Ellis e illustrata dal signor Adi Granov. Una signora storia, drammatica e avvincente, scritta bene e disegnata meglio. E in perfetta linea con il fumetto originario, Iron Man 3 prende tutto il corollario di patemi d’animo del signor Stark, industriale combatutto tra il proprio background guerrafondaio e le sue ambizioni pacifiste, e ne fa una polpettina per cani da dare in pasto agli spettatori ansiosi di ridere. Ed ecco che gli attacchi di panico diventano una barzelletta, lo stress post-traumatico dopo gli sconvolgenti (ed esilaranti, diciamolo) eventi narrati in The Avengers si riduce ad una sorta di gag smorta che non diverte né fa riflettere.

Iron Man 3

Capisco, per carità, che la leggerezza è oramai diventata la cifra distintiva dell’Iron Man cinematografico di Downey Jr: a partire dal primo film, fino alla consacrazione finale nel minestrone dei Vendicatori, Tony Stark è sempre stato il simpa della compa. Capisco, dicevo, che nessuno può (e deve) scrollare di dosso al nostro protagonista la sua irresistibile verve comica, ma c’è modo e modo di trattare un personaggio. Nel primo episodio della trilogia, Tony Stark era fondamentalmente uno stronzo con la S maiuscola e forse anche tutte le altre lettere, messo ad inizio film sull’orlo di un abisso oscuro dal quale, metaforicamente parlando, fuoriusciva insistente una voce che lo esortava a dare una svolta positiva alla propria vita di festini, festoni e festival. Tony se la vede davvero brutta e, tra una battuta e l’altra, soffre come un cane, questo è evidente. Il che non mina in alcun modo il piacere con cui ridiamo dall’inizio alla fine, ma pone l’accento sui pochi momenti davvero drammatici del film.

Iron Man 3

Ecco, questa varietà manca del tutto in questo terzo episodio. Dal punto di vista sentimentale, il film risulta piatto quanto una puntata di Elisir. Risate, battute, Gwyneth Paltrow che risplende di eleganza e Downey Jr che ammicca e conquista con il suo effervescente carisma: tutto intatto. Ma emotivamente parlando… dio mio, che disastro. Il vero miracolo sta nel non far avvertire questo immenso, colossale vuoto psicologico, ribaltando la situazione tipica dei Batman di Nolan: laddove il regista anglo-americano ha affossato ottimi momenti d’azione annegandoli in una melma di psicologismi da parrucchiere, ecco che Shane Black raschia via con veemenza ogni possibile spunto di riflessione, in nome dell’intrattenimento più puro e semplice. E lo fa davvero molto, molto bene, tanto da farti uscire dalla sala senza alcun retrogusto amaro o mieloso. Anzi, a ben guardare, senza alcun retrogusto. Tutto è alla luce del sole, non ci sono livelli di interpretazione, dilemmi o escatologie: si spara, si muore, si ride. E per stavolta, questo basta.

Iron Man 3

Surviving LDN

Da ieri, sono tornata a Roma. Da ieri, Londra è un posto a due ore d’aereo e a milioni di universi dalla routine quotidiana che mi pesa sul capo come un macigno.

Londra è il posto del mio stupido, volubile cuore, nella mielosa accezione che quest’organo ha assunto per colpa di tanta letteratura sentimentale. È il posto dove, se in metro ti fermi per dieci secondi a guardare l’elenco delle fermate, può capitare che una bella ragazza in tailleur si fermi e ti chieda se hai per caso bisogno d’aiuto. Dove la neve scende quasi orizzontale per il vento che tira, eppure tu, che sei abituato a prenderti il raffreddore a giugno, sfidi il freddo fregandotene.

È il posto dove in un negozio i commessi si fanno chilometri di scaffali anche solo per aiutarti a trovare una lampadina da una sterlina. Il posto dove i passanti chinano il capo umili e quasi servili, e ti dicono “sorry” già solo se ti sfiorano, figuriamoci se ti urtano.

I parchi pullulano di scoiattoli dall’aria furba che, però, in fondo poi tanto furbi non devono esserlo, perché ti si avvicinano mentre te ne stai con la mano protesa, promettendo ciò che non hai. Si affacciano tra le tue dita, non vedono niente e se ne scappano delusi; però oh, ci cascano sempre. Finché non arrivano dei signori di mezza età a darti un po’ di noccioline, esortandoti con un amichevole “feed them”. Londra, già.

Londra è il posto in cui non puoi sentirti straniero, perché attorno a te senti tanti di quegli accenti che ti sembra di esserci sempre vissuto, in questa specie di nuova Babilonia baciata dai colori elettronici di Piccadilly Circus. Cammini per chilometri e chilometri, smetti ben presto di visitare le sue maestose vie ed inizi a conoscerle, ad aggiungere tasselli ad una mappa mentale che, anche se non te ne accorgi, si sta gradualmente tatuando dentro il tuo cervello, nella parte più istintiva e più difficilmente influenzabile dalla logica.

Londra ti si insinua sottopelle con il suo ritmo frenetico e perennemente proiettato in avanti, tanto che anche a stare seduto su una panchina di Hyde Park hai l’impressione di essere in movimento. E bastano due ore d’aereo per farti tornare qui, dove qualunque movimento è soffocato da una pioggia di piombo e ti senti bloccato anche mentre percorri la strada più lunga che tu abbia mai visto.

Londra è lì, e si sta muovendo. Tocca correre, se non la si vuole perdere.

© Luca Bonatti

© Luca Bonatti

Avanti, Marsch!

No, non sono morta. Tutt’altro, mi trovo nella città più viva del mondo, la piovosa-nevosa-talvoltapuresoleggiata Londra. Tutto si muove qui, tutto è vivo e in fermento, senza per questo dover essere frenetico. E tu, piccolo italiano che vieni da ‘o paese d’ ‘o sole e d’ ‘o mare, immerso anche d’inverno in un’atmosfera di relativa rilassatezza ovattata, ti senti obbligato a darti una mossa. Ti senti obbligato a scrollarti di dosso la fama di pelandrone che il tuo popolo – a ragione, a torto, chissà – si trascina dietro come una palla da carcerato da troppo tempo.

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Londra offre lavoro a chi vuole cercarlo seriamente, è bene chiarirlo. Se ancora non sono impegnata a portare caffè, pizze, birre o quant’altro è solo ed esclusivamente per il mio italico retaggio di pigrizia e, ahimè, per la mia indole fatalmente incline ad improvvisi attacchi di rassegnata disillusione. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. E, una volta asciugate le lacrime, si rimbocchi le maniche ed inizi a impegnarsi sul serio.

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Sono partita per star via cinque giorni, e ho perso il conto di quanto tempo sia passato. Ma oggi ho voglia di calcolare, e mi ritrovo a concludere che, in fondo, sono “solo” venti giorni che ho messo piede sul suolo britannico. Forse è davvero presto per pretendere di trovare lavoro, ma tra il presto e il tardi c’è solo il beffardo schiocco di dita del Signor Entusiasmo che decide di piantarti in asso da un momento all’altro. Finché posso ancora godere della sua compagnia, conviene davvero che mi metta in marcia.

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Ori

Il mio viaggio a Londra mi sta tenendo lontana dalla mia amata Cintiq, e quindi mi tocca disegnare con la Wacom Intuos del mio compagno di viaggio. Ecco un piccolo omaggio all’adorabile Ori interpretato da Adam Brown in Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato.

My journey to London keeps me away from my beloved Cintiq, and then I have to draw with my traveling companion’s Wacom Intuos. Here is a small tribute to the lovely Ori, played by Adam Brown in The Hobbit: An Unexpected Journey.

Ori

Dea(r)th

Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n’est plus pareil et tout est abimé
C’est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n’est même plus l’orage
De fer d’acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l’eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.

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È triste pensare che, piano piano eppure in maniera inesorabile, mi stia abituando alla tua assenza. Ogni tanto un nodo allo stomaco mi ricorda che non ci sei: in una dannata città del Nord Italia, nella mia cucina o dall’altra parte del ferroso squallore della Tangenziale, non importa un cazzo dei chilometri se c’è la certezza di un cavo d’acciaio a tenervi insieme. Ma quel legame ora mi sembra un fazzoletto sotto un temporale, irrimediabilmente biodegradabile. Alla fine, resterà solo un sacco di acqua, e valli a cercare i pezzi di quel fazzoletto nell’oceano scuro e putrido che ti sciacqua i piedi. Lo sai fin troppo bene che vorrai solo fuggire, metterti al riparo e sfilarti le scarpe zuppe: e, senza nemmeno che te ne sia accorto, sarà troppo tardi per recuperare qualsiasi residuo di quel cavo che, non molto tempo fa, se ne stava fiero in mezzo alla tua vita, a rassicurarti e sorreggerti nelle tante cadute.

Fa male da morire, pensare che non sto soffrendo come dovrei. Fa male non soffrire abbastanza per un’assenza che sta diventando morte. Esiste un modo per riequilibrare le cose? Guardarsi indietro non aiuta, lo dicono tutti, ma chiunque dopo un po’ si stancherebbe di dare capocciate ad un muro e tornerebbe sui propri passi. Ciò che sappiamo sono solo stronzate: si torna indietro perché non si può andare avanti, non perché non si vuole andare avanti.

Cammini, e non capisci i tuoi passi. Ricordi di averli infilati l’uno dopo l’altro, e non sai perché ti abbiano condotto davanti ad un muro. Sembrava così sicura quella maledetta strada, le indicazioni erano chiare e inequivocabili. O almeno così ti pareva, non molto tempo fa. Ma di che tempo stiamo parlando? Ecco, ora ricordi: era lo stesso tempo in cui ti convincevi giorno per giorno dell’eccezionalità della tua vita, della vostra vita, dei cavi d’acciaio che ti legavano al mondo. Lo stesso tempo in cui guardavi sempre e solo in alto, perché lì, ti dicevi, eri destinato. Torni sui tuoi passi e, se guardi in basso, li vedi: migliaia di frammenti di cotone bianco, le tracce di quei cavi già diventati veli martoriati dalla pioggia. Li guardi, ma ancora non capisci. Perché sono lì? Chi li ha distrutti, chi ha attuato questa mostruosa trasformazione? Sei colpevole o innocente? Non hai risposta: vedi un cimitero di carta e non hai uno straccio di certezza, per quanto orrenda, a rassicurarti il cervello.

Hai solo un’immensa, devastante assenza che ti blocca il cuore, che ti impedisce di soffrire perché è ancora troppo presto per dichiarare l’avvenuta morte, ma troppo tardi per tentare una rianimazione. E resti sospeso, bloccato, con l’acqua che ti sciacqua i piedi e, forse, qualche cavo sopravvissuto che ancora ti tiene attaccato al mondo. Stringi forte le mani attorno a questi lacci, fino a farti male, pregando che non scompaiano anche loro. Lo spettro dell’assenza ci aleggia sopra, gli avvoltoi pregustano un lauto banchetto. Ti sembra quasi di sentirlo, l’odore acre della morte, e poi ti rendi conto che è solo il sangue che fluisce dai tuoi pugni stretti attorno ai cavi. Una presenza, una vita. Un dolore, forse. Sconosciuto, fino a non molto tempo fa.

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Piove senza sosta su Brest
Come pioveva allora
Ma non è più la stessa cosa e tutto è crollato
E’ una pioggia di lutti terribili e desolata
Non c’è nemmeno più la tempesta
Di ferro d’acciaio e di sangue
Soltanto di nuvole
Che crepano come cani
Come i cani che spariscono
Sul filo dell’acqua a Brest
E vanno ad imputridire lontano
Lontano molto lontano da Brest
Dove non vi è piú nulla.

La Sagra della Primavera

Spring

Primavera. Rondini, cielo azzurro, fiori di mandorlo, brezza leggera. Note di Vivaldi, gioioso preludio di festa campestre.

Primavera. Adorazione della Terra, sacrificio di sangue, danze tribali e riti propiziatori dai risvolti bestiali. Note di Stravinskij, che di Vivaldi è l’estremo opposto. Laddove il Prete Rosso compone musica armoniosa e, nell’accezione migliore, perfettamente prevedibile, il maestro dell’avanguardia russa stupisce ad ogni singola battuta, in un tempo discontinuo, spezzato, sfuggente e sconvolgente per chi lo esegue come per chi l’ascolta. Il ritmo è praticamente impossibile da memorizzare, le sonorità sono stridenti ed aspre nel vortice cruento della Russia pagana evocata dall’autore.

Emozioni difficili da decifrare si susseguono, trafiggendo le orecchie con una violenza sottile e micidiale. La paura, l’angoscia, la tensione: tutto, meno che l’allegria e la serenità cui la stagion dei fiori è, per consuetudine, legata. Eccola, la vera rivoluzione russa di Stravinskij: un capovolgimento degli archetipi, paradossalmente filologico nell’ispirazione ai sacrifici umani dell’età del politeismo arcaico. Tutto è coerente, in questa musica insieme squilibrata e perfetta. Tutto è incastrato alla perfezione, in una trama che l’orecchio può solo accogliere e tentare di intuire.

Il mio amico Michele dice che dirigere la Sagra della Primavera è il suo sogno, come direttore d’orchestra. Un sogno che ha l’aspetto di un incubo divino, i colori accesi di una danza di sangue e morte, che attraverso lo sconvolgimento di ogni schema metrico e compiacimento musicale tocca vette sovrannaturali. Ne sono sicura: se esiste un Dio, ogni tanto alle sue orecchie arriva qualche nota geniale. Qualche stralcio, qualche piccolo pezzo della musica che è stata composta nel corso dei secoli. E in tutta quella marea di accordi e armonie, c’è spazio per tutta, ma proprio tutta la Sagra della Primavera.

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