Rush (ovvero: comete e fenici)

Rush

Pronunciation: /rʌʃ/

1. a sudden quick movement towards something;
2. a sudden flow or flood;
3. a flurry of hasty activity;
4. a sudden intense feeling;
5. informal a sudden thrill or feeling of euphoria such as experienced after taking certain drugs.

L’inglese è un codice evocativo, più che una lingua. Meno raffinato delle lingue neolatine e del suo fratello germanico, l’inglese ci dice che il termine rush ha vari significati, accomunati dal senso di improvviso movimento, fisico o spirituale. Un guizzo, un lampo, un saettare fulmineo. Rush è l’ultimo film di Ron Howard, un dramma biografico basato sulla rivalità tra due corpi celesti in costante pericolo di collisione: James Hunt e Niki Lauda, assi della Formula 1 dei comodi, sbottonatissimi Seventies.

Bello come il sole ma imprevedibile come una cometa – e come una cometa destinato a una luminosa ma rapida parabola – è Hunt, inglese viveur che gioca a rimpiattino con la morte mostrando la stessa dimestichezza con cui passa da un letto all’altro. Una mina vagante, una superstar che ascende rapidamente all’olimpo della Formula 1, un po’ perché la corsa è la sua unica, vera vocazione, e un po’ per inseguire l’altro corpo celeste: Niki Lauda, faccia di topo, cervello da ingegnere, rampollo in fuga da una dinastia industriale austriaca che lo vorrebbe ingabbiare e destinare a un facoltoso anonimato. Lauda non è un artista dionisiaco come Hunt, dalla sua ha un genio tutto razionale e una saggezza che lo porta a stare sempre un passo avanti al bell’inglese, di cui avverte però il fiato sul collo. Con i grandi contratti, la rivalità tra i due ex ragazzini in cerca di un posto nel mondo diventa la guerra per aggiudicarsi via via pole position, gara e campionato.

Lo sceneggiatore Peter Morgan manipola la materia sportiva con astuzia da manuale, mutandola e universalizzandola agli occhi del pubblico, inevitabilmente coinvolto al di là di qualsiasi disinteresse per la Formula 1 in sé. È roba da grandi autori, riuscire ad appassionare un pubblico di non appassionati, ma Lauda e Hunt assurgono immediatamente ad un ruolo diverso da quello di semplici piloti: sono soldati di una guerra sempre più pericolosa, impauriti ma attratti dall’abisso e legati a filo doppio senza il comodo topos dell’amicizia. Non è un caso che il film risulti più debole nelle parti che mostrano il privato dei due uomini alle prese con la vita familiare, ricadendo nei cliché più abusati nei biopic. Ma sono semplificazioni, non banalizzazioni, laddove il ritratto dei due protagonisti al di fuori del rapporto amore-odio che li lega deve necessariamente essere tratteggiato con maggior rapidità e, dunque, minore raffinatezza. Scelta non solo accettabile, ma addirittura funzionale.

Chris Hemsworth è innegabilmente perfetto nel ruolo del bello e dannato Hunt, e si scrolla di dosso la polvere marmorea che aveva caratterizzato la sua performance più famosa, quella nei panni di Thor nei cinecomic Marvel. Lo Hunt di Hemsworth è il contrario di una bella statuina, è un uomo difficile, irritante e irritabile, che non solo cammina sull’orlo della morte ma gioca anche a fare l’equilibrista senza, peraltro, possedere equilibrio alcuno. L’istinto lo salva in pista, il duello con la Nera Signora gli ricorda di essere vivo, ed è solo la principale fonte di sballo di un’esistenza eccitante e illogica come una corsa contro un muro.

E poi, c’è Daniel Brühl. Dio, che cos’è in grado di fare quell’uomo. Il suo Lauda ti si insinua lentamente nel cuore con quella sua grigia, riottosa antipatia e quella sua meravigliosa insignificanza fisica. Un ometto gigantesco nella sua dedizione, che non è mai vera e bruciante passione, almeno non fino al confine scintillante e bastardo con la morte. E lo spettatore lo sa, non può non saperlo, che Lauda quella morte se la troverà in faccia. Potrebbe intuirlo già solo dagli occhi con cui risponde alla sfida lanciata dalla giovane Marlene, appena conosciuta e già musa di cattive intenzioni. In quello sguardo c’è un guizzo oscuro, che grida disperatamente vittoria prima ancora che vita.

Nel circuito mortifero di Nürburgring si muove l’ossimoro Lauda-Hunt, e il pubblico sa. Sa che il cimitero (così e soprannominato l’infausto tracciato tedesco) sta per chiedere il suo obolo, e sull’intera scena grava una cappa di pece chiamata presagio. Non puoi far niente, nel buio della sala, se non artigliare la tua misera poltroncina di fronte alla ricostruzione dell’anticamera all’inferno. È quasi un sollievo quando le fiamme divampano intorno a Lauda, in una sorta di funerale vichingo che diverrà invece provvida culla della fenice. E la vampata reale che scarnifica Lauda è contraltare di quella figurata che consumerà Hunt di lì a poco, in un parallelismo finale che sigilla una relazione umana che non ammicca mai a bromanticismi di maniera, mantenendosi saldamente originale dall’inizio alla fine e dando un colpo deciso in pochi, significativi momenti, alla valvola delle emozioni. Abbiamo visto un’infinità di belle storie d’amore, al cinema. Abbiamo visto alcune (troppo poche) belle storie d’amicizia. Raramente abbiamo visto storie di rivalità viscerale e di altrettanto viscerale, disagevole ammirazione raccontate in maniera così intellettualmente casta e coinvolgente. Chapeau.

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I dreamed a dream

Chi non ha amato la deperita Anne Hathaway in Les Misérables di Tom Hooper? Beh, non sono mai stata una fan della ragazza in questione, ma ho davvero amato la sua performance nel ruolo di Fantine.

Who didn’t love the emaciated Anne Hathaway in Tom Hooper’s Les Misérables? Well, I’ve never been a fan of hers, but I truly loved her performance in the role of Fantine.
I dreamed a dream

‘No Man’s Land’: Check out the hair on Patrick Stewart! — EXCLUSIVE PHOTO

alessiapelonzi:

Ian McKellen and Patrick Stewart. Amazing.
Rectification: Ian McKellen and Patrick Stewart WITH HAIR. Incredible.

Originally posted on PopWatch:

[ew_image url="http://img2.timeinc.net/ew/i/2013/08/07/no-mans-land.jpg" credit="Kevin Berne" align="left"]

After years of the bald pate that has made him utterly recognizable from his days as Jean-Luc Picard through X-Men‘s Professor X, Patrick Stewart is opting for silver-fox elegance alongside fellow Marvel universe-er Ian McKellen for a pair of stage classics.

This shot, exclusively debuting on EW.com, is from Harold Pinter’s No Man’s Land, in which Stewart plays Hirst opposite McKellen’s Spooner, as a pair of men in a North West London house sizing each other up over a hot summer night. Performing in repertory with No Man’s Land will be Samuel Beckett’s legendary Waiting for Godot, with Stewart and McKellen taking on Vladimir and Estragon, respectively. Joining them for both productions will be Billy Crudup (Arcadia) and Shuler Hensley (Oklahoma!). Sean Mathias, who just helmed the Emilia Clarke-starring Breakfast at Tiffany’s, will be directing.

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The Fifth Estate

Quick sketch inspired by The Fifth Estate trailer.

Daniel Brühl as Daniel Domscheit-Berg and Benedict Cumberbatch as Julian Assange.

The Fifth Estate © Alessia Pelonzi

Gandalf the Grey

Gandalf the Grey

!!!NERD MODE ON!!!

Qualche giorno fa, Sir Ian McKellen ha lasciato la Nuova Zelanda, avendo terminato le sue riprese come Gandalf il Grigio nella trilogia de Lo Hobbit. Mi sentivo piuttosto triste e ho tentato di consolarmi disegnando Sir Ian ancora una volta nelle vesti dello stregone grigio.

Some days ago, Sir Ian McKellen left New Zealand, having finished his last shot as Gandalf the Grey in The Hobbit Trilogy. I felt pretty sad and tried to take comfort in drawing Sir Ian as the Grey Wizard once again.

Smaug the Golden

Lo so, a volte sono un pochino nerd. Questo disegno è stato realizzato nove mesi fa e adesso, alla fine di una lunga gravidanza, ho deciso di pubblicarlo. È la mia versione di Smaug il Terribile, e nella mia mente ha sempre avuto quest’aspetto, sin dalla mia prima lettura de Lo Hobbit. Non dubito che la versione di Peter Jackson in La Desolazione di Smaug sarà molto, molto migliore della mia.

I know, sometimes I’m quite a nerd. This drawing was made ​​nine months ago and now, at the end of a long pregnancy, I decided to publish it. It’s my version of Smaug the Terrible, and in my head he has always been like that, since the first time I read The Hobbit. I do not doubt that Peter Jackson’s version in The Desolation of Smaug will be much, much better than mine.

PRINTS AVAILABLE HERE!

Smaug_small

Chiude Passepartout (ovvero: L’Italia è davvero solo la terra dei cuochi)

Nel fango affonda lo stivale dei maiali. 
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.

[F. Battiato, Povera Patria]

Mantegna

Vagavo come una vacca senza campana per i campi di Facebook, lo sguardo perso a contemplare chilometrici bollettini medici sulla salute del piddì e polemiche di risposta alle polemiche sulle polemiche dei grillini, finché un titolo ha attirato il mio sguardo e i pochi neuroni sopravvissuti al suicidio di un pomeriggio di un giorno da cani: ADDIO A PASSEPARTOUT DI DAVERIO. Apro l’immagine dell’articolo scansionato, pregando tutti i santi conosciuti più qualcuno aggiunto a caso per l’occasione che sia l’ennesima bufala feisbucchiana scritta allo scopo di attirare qualche sparuto lettore. E invece no.

Philippe Daverio

L’articolo scritto da Aldo Grasso per il Corriere della Sera parla chiaro: Passepartout è morto. Deceduto. Ucciso brutalmente dai vertici Rai, perché non conforme alla normativa per cui i programmi del palinsesto nazionale devono necessariamente essere realizzati attingendo a forze interne alla rete. Non capite quale sia il problema? Non starò a spiegarvelo, vi basti sapere che non è nulla di minimamente valido per giustificare la soppressione dell’unico vero programma di approfondimento culturale che non sia un mero rimontaggio di materiali importati dal Regno Unito o dagli Stati Uniti.

logo rai originale

La decisione di fucilare Passepartout di Philippe Daverio è, a ben guardare, facilmente comprensibile. In una rete nazionale le cui punte di diamante The Voice, La prova dei cuochi e altri ameni abomini del genere, cosa caspita ci fa un programma come Passepartout, il cui sottotitolo dovrebbe essere “il fratello smart di Superquark“?

Niente. Un benemerito nulla. E come talune spietate specie animali sopprimono i nati più deboli, Mamma Rai decide lucidamente di mandare prematuramente in tomba il suo figlio più meritevole. E così, eccoci diventati un popolo che contribuisce (anche pecuniariamente, non dimentichiamolo) al proprio abbrutimento culturale. Arriverò al punto di non sapere più per cosa ringraziarti, mia bella Italia barbaramente iconoclasta, ottusamente dimentica di ciò che è stata e colpevolmente disinteressata a ciò che potrebbe diventare, perseverando in questo costante eccidio del bello e del buono in favore del brutto e del volgare.

Angels

The Crossbow

Tra i fan di Game of Thrones, quelli che amano Re Joffrey Baratheon sono davvero pochini. Personalmente, lo odio di tutto cuore, benché apprezzi la performance di Jack Gleeson. Comunque, avevo voglia di disegnare qualcosa riguardo un personaggio che sta guadagnando importanza in questa serie tv, ovvero la piccola dolce ambiziosissima Margaery Tyrell, splendidamente interpretata da Natalie Dormer. Ecco il risultato.

Among the fans of Game of Thrones, those who love King Joffrey Baratheon are very few. I genuinely hate him, even though I adore Jack Gleeson’s performance. However, I wanted to draw something about a character who is gaining increasing importance in the TV series, the sweet little ambitious Margaery Tyrell, beautifully played by Natalie Dormer. Here’s the result.

Prints available here: [link]

The Crossbow_small

Iron Man 3 (ovvero: Don’t worry, be happy)

“Mio padre è andato a comprare i gratta e vinci. Credo che abbia vinto, perché ci è andato sei anni fa e non è più tornato.”

[Woody Allen... no, scusate, volevo dire Bambino Irrilevante Ma Simpatico in Uomo Ferro 3]

Iron Man 3

Robert Downey Jr che fa una battuta divertente. Esplosioni. Robert Downey Jr che fa un’altra battuta divertente. Esplosione. Gente che si lancia nel vuoto. Battuta divertente di personaggio casuale. Situazione comica del temibile villain. Esplosioni. Altre esplosioni. Robert Downey Jr che fa una serie di battute divertenti in mezzo alle esplosioni. Titoli di coda. Scena con battute divertenti.

Spero abbiate gradito il mio articolatissimo resoconto di Iron Man 3 di Shane Black, attesissimo (?) ultimo (??) capitolo della mini-saga dedicata a Tony Stark (nonché alla consacrazione di Robert Downey Jr come miglior mattatore cinematografico degli Stati Uniti d’America).

Vi prego, non saltate subito alle conclusione e fermate sull’orlo delle vostre carnose labbra quell’ “Alessia, porco mondo, non ti sta mai bene niente” che sta per prorompere direttamente dal cuore. Perché in realtà, a me, Iron Man 3 è piaciuto. Pure parecchio, devo dire. Il che non lo rende di certo un capolavoro, ma ne fa un prodotto godibile e meno becero del precedente capitolo (che, benché stroncato da tutto e tutti, vi confesso che qualche risata me l’aveva strappata).

Iron Man 3

Ma andiamo un pelino più in profondità, altrimenti mi sarei limitata a scrivere un laconico “Iron Man 3 godibilissimo” su Twitter, facendo avanzare sufficiente spazio per hashtaggare tutti i membri del cast fino all’addetto al catering. Partiamo subito col dire che il film si apre con una bella voice over del nostro protagonista (laddove per “bella voice over” intendo “odioso stratagemma narrativo usato e abusato a sproposito che il più delle volte spiega ciò che già possiamo dedurre semplicemente con l’osservazione delle immagini”). Mi innervosisco un pelino, fortuna che a parlare è Robert Downey Jr (o dovrei dire Tony Stark? vabbè, la distinzione mai come in questo caso è trascurabile) che risulterebbe simpatico e accattivante anche se fosse incastonato nella Ka’ba di Mecca invisibile agli occhi del mondo.

L’accattivante (malgrado la voice over) inizio mi svela ciò che già era nell’aria da tempo: il film in questione è tratto da Extremis, storia scritta da Warren Ellis e illustrata dal signor Adi Granov. Una signora storia, drammatica e avvincente, scritta bene e disegnata meglio. E in perfetta linea con il fumetto originario, Iron Man 3 prende tutto il corollario di patemi d’animo del signor Stark, industriale combatutto tra il proprio background guerrafondaio e le sue ambizioni pacifiste, e ne fa una polpettina per cani da dare in pasto agli spettatori ansiosi di ridere. Ed ecco che gli attacchi di panico diventano una barzelletta, lo stress post-traumatico dopo gli sconvolgenti (ed esilaranti, diciamolo) eventi narrati in The Avengers si riduce ad una sorta di gag smorta che non diverte né fa riflettere.

Iron Man 3

Capisco, per carità, che la leggerezza è oramai diventata la cifra distintiva dell’Iron Man cinematografico di Downey Jr: a partire dal primo film, fino alla consacrazione finale nel minestrone dei Vendicatori, Tony Stark è sempre stato il simpa della compa. Capisco, dicevo, che nessuno può (e deve) scrollare di dosso al nostro protagonista la sua irresistibile verve comica, ma c’è modo e modo di trattare un personaggio. Nel primo episodio della trilogia, Tony Stark era fondamentalmente uno stronzo con la S maiuscola e forse anche tutte le altre lettere, messo ad inizio film sull’orlo di un abisso oscuro dal quale, metaforicamente parlando, fuoriusciva insistente una voce che lo esortava a dare una svolta positiva alla propria vita di festini, festoni e festival. Tony se la vede davvero brutta e, tra una battuta e l’altra, soffre come un cane, questo è evidente. Il che non mina in alcun modo il piacere con cui ridiamo dall’inizio alla fine, ma pone l’accento sui pochi momenti davvero drammatici del film.

Iron Man 3

Ecco, questa varietà manca del tutto in questo terzo episodio. Dal punto di vista sentimentale, il film risulta piatto quanto una puntata di Elisir. Risate, battute, Gwyneth Paltrow che risplende di eleganza e Downey Jr che ammicca e conquista con il suo effervescente carisma: tutto intatto. Ma emotivamente parlando… dio mio, che disastro. Il vero miracolo sta nel non far avvertire questo immenso, colossale vuoto psicologico, ribaltando la situazione tipica dei Batman di Nolan: laddove il regista anglo-americano ha affossato ottimi momenti d’azione annegandoli in una melma di psicologismi da parrucchiere, ecco che Shane Black raschia via con veemenza ogni possibile spunto di riflessione, in nome dell’intrattenimento più puro e semplice. E lo fa davvero molto, molto bene, tanto da farti uscire dalla sala senza alcun retrogusto amaro o mieloso. Anzi, a ben guardare, senza alcun retrogusto. Tutto è alla luce del sole, non ci sono livelli di interpretazione, dilemmi o escatologie: si spara, si muore, si ride. E per stavolta, questo basta.

Iron Man 3

Surviving LDN

Da ieri, sono tornata a Roma. Da ieri, Londra è un posto a due ore d’aereo e a milioni di universi dalla routine quotidiana che mi pesa sul capo come un macigno.

Londra è il posto del mio stupido, volubile cuore, nella mielosa accezione che quest’organo ha assunto per colpa di tanta letteratura sentimentale. È il posto dove, se in metro ti fermi per dieci secondi a guardare l’elenco delle fermate, può capitare che una bella ragazza in tailleur si fermi e ti chieda se hai per caso bisogno d’aiuto. Dove la neve scende quasi orizzontale per il vento che tira, eppure tu, che sei abituato a prenderti il raffreddore a giugno, sfidi il freddo fregandotene.

È il posto dove in un negozio i commessi si fanno chilometri di scaffali anche solo per aiutarti a trovare una lampadina da una sterlina. Il posto dove i passanti chinano il capo umili e quasi servili, e ti dicono “sorry” già solo se ti sfiorano, figuriamoci se ti urtano.

I parchi pullulano di scoiattoli dall’aria furba che, però, in fondo poi tanto furbi non devono esserlo, perché ti si avvicinano mentre te ne stai con la mano protesa, promettendo ciò che non hai. Si affacciano tra le tue dita, non vedono niente e se ne scappano delusi; però oh, ci cascano sempre. Finché non arrivano dei signori di mezza età a darti un po’ di noccioline, esortandoti con un amichevole “feed them”. Londra, già.

Londra è il posto in cui non puoi sentirti straniero, perché attorno a te senti tanti di quegli accenti che ti sembra di esserci sempre vissuto, in questa specie di nuova Babilonia baciata dai colori elettronici di Piccadilly Circus. Cammini per chilometri e chilometri, smetti ben presto di visitare le sue maestose vie ed inizi a conoscerle, ad aggiungere tasselli ad una mappa mentale che, anche se non te ne accorgi, si sta gradualmente tatuando dentro il tuo cervello, nella parte più istintiva e più difficilmente influenzabile dalla logica.

Londra ti si insinua sottopelle con il suo ritmo frenetico e perennemente proiettato in avanti, tanto che anche a stare seduto su una panchina di Hyde Park hai l’impressione di essere in movimento. E bastano due ore d’aereo per farti tornare qui, dove qualunque movimento è soffocato da una pioggia di piombo e ti senti bloccato anche mentre percorri la strada più lunga che tu abbia mai visto.

Londra è lì, e si sta muovendo. Tocca correre, se non la si vuole perdere.

© Luca Bonatti

© Luca Bonatti

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