Venezia 69 – Atto I (ovvero: la pioggia, Barbera e Malick)

Ebbene sì, arieccomi qui. Qui dove tutto – tutto sarebbe questo blog stupido – è cominciato, un anno fa. Stessa spiaggia, stesso mare. E stessa pioggia, anzi, quest’anno Giove Pluvio ha deciso di festeggiare il primo Festival di Venezia diretto da Alberto Barbera con un’appropriata dose di temporali. Il che, se posso permettermi, è perfettamente in linea con l’austerity di questa nuova direzione. Altro che divi, altro che glamour. I toni fastosi dell’era Muller sono ben lontani, e quest’anno il Festival sfoggia solo la sobrietà.

Il che, in tempo di crisi, andrebbe anche bene. Peccato che il tutto vada di pari passo con un generale abbassamento della qualità dei film in concorso. Lo scorso anno, in questa data, avevo già visto Carnage e Shame. Finora, l’unica vera perla che ho visto è un film fuori concorso, Disconnect di Henry-Alex Rubin, opera corale emozionante e perfettamente costruita.

E Malick?
Lasciamo perdere. Ha confezionato un film che, a conti fatti, altro non è se non un’insapore minestrina che mescola le pubblicità dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica e gli incomprensibili, triti e ritriti spot dei profumi. Riassumibile in: una bellissima ragazza corre e danza nei prati per due ore, con un sottofondo di ovvietà del tipo “cos’è la vita? da dove veniamo? dov’è Dio?”
Per farvi capire il mio sconforto, vi dico solo che a un certo punto sono giunta a desiderare con tutta me stessa un focoso amplesso tra il prete ispanico Don Javier Bardem e la bella riussa Olga Kurylenko. Niente da fare, il sacerdote si deprime in mezzo ai malati cercando Cristo e non trovandolo, mentre la splendida Olga si deprime in mezzo ai prati (senza dimenticarsi, come detto, di ballare), incontrando persino una stralunata Romina Mondello (ed è legittimo credere che ella sia tuttora impegnata ad accendere ceri alla Madonna che le ha fatto la grazia di essere selezionata e non tagliata da Malick). Ben Affleck e la McAdams (bravissima), nel frattempo, guardano bufali in un campo illuminato dal sole. E tacciono.

Insomma, To The Wonder la meraviglia ce l’ha solo nel titolo. Stento a credere di avere davanti l’opera dello stesso regista che ha regalato all’umanità quell’inarrivabile capolavoro di poesia e, sì, di narrativa polifonica che è La sottile linea rossa. Spiacente, Terrence, quest’ultimo lavoro è appassionante come uno xanax. Certo, le immagini sono belle da togliere il fiato, e come sa riprendere Malick non lo sa fare nessuno. Ma questo lo sapevamo già: era troppo sperare di avere da lui anche un film di senso compiuto?

Lo so, cari cinefilini, cosa vi ronza in testa: “Ma The Master di Anderson? Anche quello è una bufala di prima categoria?” Ebbene, non voglio anticiparvi nulla. Il prossimo post conterrà un commento che, spero, potrà essere chiarificatore della (non solo) mia impressione su questo capolavoro annunciato.

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  1. I film saranno anche peggiori, ma quest’anno a Venezia ti è andata meglio, bella de zio. L’anno scorso mi ricordavo che eri in tenda! Ahahah! Mi auguro che tu abbia portato il kalashnikov come ti avevo suggerito.
    Con quest’articolo ho riso troppo. Ti ho immaginato con i pon pon a tifare per l’amplesso fra il prete e la russa.

    • Non sai il disagio di non dovermi più preoccupare della fanga del campeggio. O svegliarmi senza avvertire l’insopportabile effetto serra della tenda Quechua. No, niente kalashnikov, ma quest’anno se lo sarebbero meritato. Tutti.

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