Cosmopolis (ovvero: tanta strada per un brutto taglio)

Il cinema deve usare necessariamente linguaggi diversi da quelli letterari.
Il regista deve dare la sua lettura interpretativa.
(Luigi Comencini)

Amanti della buona letteratura, unitevi: non avete nulla da perdere, se non due ore del vostro (credo) preziosissimo tempo. Badate bene, non ho detto “spendere”, ho detto proprio “perdere”.

Ammetto che, dopo la parziale delusione di A Dangerous Method, l’idea di una storia by Cronenberg diametralmente opposta al  triangolo amoroso/psicoanalitico Jung-Spielrein-Freud mi stuzzicava non poco. Certo, la scelta di Robert Pattinson come protagonista aveva fatto storcere il mio nasino snob, dopo le stomachevoli fissità con cui ci ha deliziato in non uno, non due, non tre ma ben quattro (per ora) scelleratezze cinematografiche raccolte sotto l’emblematico nome di Twilight Saga. Ma Cronenberg non è l’ultimo arrivato in fatto di direzione d’attori, ne abbiamo avuto prova con Viggo Mortensen in A History of Violence, La Promessa dell’Assassino e, appunto, A Dangerous Method; e, prima ancora, con quel pesce lesso di James Spader in Crash.

La trama non è delle più originali: situazione claustrofobica tipica, un ricco imprenditore, tal Eric Packer, sceglie un giorno piuttosto turbolento, per sommosse e funerali di star, per andare a farsi un ritocchino al taglio dei capelli. Dovrà attraversare tutta la città e incontrare tizio, caio e sempronio prima di poter giungere a destinazione. Vorrei poter dire “ma non tutto è come sembra…”. E invece no, è proprio tutto come sembra, senza pericolo di fraintendimento. Sorprendente come una pubblicità di salvaslip, innovativo come un sermone domenicale, appassionante come la declamazione di un elenco del telefono.

Non c’è appello, Cosmopolis è un fallimento su tutta la linea. E non vale la vecchia regola per cui il grande regista, anche negli errori, manifesta la propria genialità: Cosmopolis porta la firma di Cronenberg sulla carta, ma sullo schermo potrebbe essere di chiunque. La sceneggiatura, poi… l’amico David ha dichiarato di averla terminata in pochissimi giorni. E te lo credo, dico io. Forse si era inceppata la fotocopiatrice in cui aveva piazzato il celebrato romanzo di Don DeLillo, perché Cosmopolis ha molto del libro e poco del film. Nulla c’è, in esso, di quella mirabile sintesi imposta dal buon senso di ogni cineasta. Tutto c’è della prolissità delle (cattive) opere letterarie. Un fiero monumento alla verbosità più snervante, un agglomerato di idiozie trite e ritrite mascherate con un linguaggio che oltrepassa ogni limite di barocchismo.

La recitazione è agghiacciante. Nulla si può veramente salvare, e vorrei poter scaricare tutta la colpa sul vampiresco idolo delle bimbe Pattinson, ma sarebbe decisamente ingiusto, di fronte ad una responsabilità che è assolutamente da ripartire tra tutto il cast, malamente guidato dal famigerato regista. I personaggi parlano come libri, sembrano libri loro stessi. E pessimi libri, mi permetto di aggiungere. C’è quasi da sperare che Cronenberg fosse stato temporaneamente rapito da un’astronave aliena e che gli attori fossero stati colpiti da una paresi facciale conseguente a momentaneo embolo. Un museo delle cere sarebbe stato più espressivo.

La storia è trascinata per i capelli attraverso una serie di insopportabili episodi senza capo né coda, ognuno più inutile del precedente, fino ad arrivare, con immensa fatica per lo spettatore, all’apoteosi dell’inutilità: il finale. L’ultima mezz’ora è, se possibile, ancora peggiore dell’ora e mezza precedente, e personalmente la speranza che Pattinson deflagrasse lasciando il posto ai titoli di coda si è fatta strada con insistenza via via maggiore nella mia mente. Quando, finalmente, si arriva all’agognato nero finale, la coscienza dello spettatore è ormai annientata, ogni proposito di resistenza è stato vanificato e, arrancando, si avvierà all’uscita del cinema con un’unica, fondamentale domanda: ma bisognava davvero attraversare tutta la città (e ammaronare il pubblico di tutto il mondo) per farsi fare un taglio così brutto?

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  1. Ahahaha! Bene, il mio odio verso Pattinson (che risale ai tempi di Cedric Diggory) perdura e perpetuerà ancora…e non andrò a vedere il film! Tiè!

  2. No, come??? Ed io che mi stavo angosciando di non avere il tempo di poter godere della “migliore interpretazione di Robert Pattinson”. Va bene, abbandonerò l’aura di tristezza di cui mi ero appositamente vestita e riprenderò in mano il corso della mia esistenza.
    Comunque io lo dico sempre che il parrucchiere non va mai scelto a caso.

  3. Esattamente quello che ho pensato io.
    Senza nè capo nè coda.
    Inoltre, temo che la paralisi facciale degli attori sia precisamente voluta e che non sia affatto un semplice difetto del cast.

  4. Tremendo. Una palla micidiale. Personaggi che non fanno nulla dall’inizio alla fine (tranne qualche scopacchiata senza interesse ogni tanto). L’uomo seduto immobile a bruciare vivo aveva più movimento di Pattinson & friends (sarà pure una scelta, ma che palle). Sala sdegnata, insulti da tutte le parti e gente che è uscita a metà film e che capisco perfettamente. Dialoghi assurdi. Sto ritorno del “ho la prostata asimmetrica” quando meno te l’aspetti. Alla fine ero così incaxxata (mi ha proprio innervosito sto film che parla d’aria fritta) che mi stavo sciogliendo sulla poltrona incitando Pattinson ad andare a farsi ammazzare o a suicidarsi. Non ho mai sperato tanto che un protagonista morisse, l’ho trovato odioso dalla prima apparizione (ma non incolpo l’attore, credo abbia fatto quel che doveva fare).
    Alla battuta “Ci sono interi libri sulla merda” sono arrivata così indispettita che sono scoppiata a ridere fino a piangere per un paio di minuti buoni.
    Film intellettuale un cavolo! Ho visto Faust, un film russo-tedesco di cui non ho capito nulla, ma era cento volte più interessante e appassionante di questo.
    Beh… Comunque non ho mai socializzato tanto con degli sconosciuti in una sala del cinema come stavolta.

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