This must be the place (ovvero: grandi registi crescono)

Finalmente, l’ho visto. Dopo tanti mesi di attesa e di pregiudizi. Avevo paura che, in seguito al trionfo de Il Divo, Sorrentino si fosse lasciato prendere la mano dal successo e avesse perso del tutto la bussola, inebriato dal profumo degli elogi che piombavano da ogni parte. L’ho rivisto al Centro Sperimentale, quattro anni dopo esserci entrata. Quattro anni fa, Il Divo non era ancora uscito e Sorrentino era noto solo a “quelli del mestiere”. Era un giovane uomo introverso, per certi versi anche dolce. L’ho rivisto pochi mesi fa, dicevo, e mi è sembrato un altro; non in senso buono. La timidezza e l’umiltà che lo caratterizzavano sembrava aver lasciato spazio unicamente alla consapevolezza un po’ presuntuosa di essere il miglior regista italiano sulla piazza. Consapevolezza sacrosanta, per carità. Non sono certo io che posso mettere in dubbio questo dogma. L’unico problema è che, personalmente, ho sempre detestato i montati di testa, perché ho sempre detestato gli stupidi. Non avere umiltà è il primo segnale della stupidità, e un regista che diventa stupido fa film stupidi. Con questo timore nel cuore e, più che altro, nella mente, sono andata ieri sera al cinema a vedere This must be the place.

Partiamo subito dalle ovvietà: Sean Penn è di una bravura sovraumana. Ribadisco un concetto già espresso nella recensione di Milk: quest’uomo sa fare tutto. Non c’è da stupirsi che il film regga. Seconda notazione: la sceneggiatura. Mai scontata, precisa e sottile. Anche qui, poco da stupirsi: Sorrentino nasce come sceneggiatore. La colonna sonora è firmata David Byrne, la fotografia è di Luca Bigazzi. Altre garanzie. E arriviamo al punto cruciale: la regia. Un mio amico, il buon Alessio, dice che “il carrello fa cinema”. È vero, e Sorrentino lo sa molto bene. Ha dimostrato di avere una spiccata propensione per i movimenti di macchina sin dal suo primo lavoro “L’uomo in più”. Che vogliamo fare? Metterlo al muro e crivellarlo di colpi perché gli piace fare cinema usando gli strumenti più cinematografici che ha a disposizione? Sarebbe inopportuno. Sarebbe come dire “Pixar, piantala con questa computer grafica”. Anche perché, a ben guardare, seppur affezionato alla sua grammatica cinematografica di carrelli e dolly, Sorrentino in questo film attua un cambiamento radicale rispetto ai suoi precedenti lavori: dopo aver dato vita a Giulio Andreotti e Titta Di Girolamo conferendo loro l’aspetto di icone immutabili, partorisce Cheyenne, ex rockstar protagonista di un immenso romanzo di formazione. Cheyenne cambia, non è un’icona, è un uomo nel mezzo di una crisi che solo lui vede e che deve risolvere ad ogni costo. Se ci riuscirà o meno, potrete capirlo solo vedendo il film. E per la prima volta (e finalmente, verrebbe da dire), Sorrentino ci racconta dei personaggi femminili scevri da connotazioni negative e, anzi, quasi salvifici. Carrelli o non carrelli, il regista napoletano ha cambiato rotta. Ho già spoilerato abbastanza e non mi perdonerei di aver fatto calare la curiosità nei confronti di This must be the place che, secondo me, rappresenta la punta di diamante del nostro cinema attuale. Spegnete la tv e correte in sala che, a quanto pare, l’Italia ha ancora qualcosa di buono da dimostrare al mondo.

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