“Mio padre è andato a comprare i gratta e vinci. Credo che abbia vinto, perché ci è andato sei anni fa e non è più tornato.”
[Woody Allen... no, scusate, volevo dire Bambino Irrilevante Ma Simpatico in Uomo Ferro 3]

Robert Downey Jr che fa una battuta divertente. Esplosioni. Robert Downey Jr che fa un’altra battuta divertente. Esplosione. Gente che si lancia nel vuoto. Battuta divertente di personaggio casuale. Situazione comica del temibile villain. Esplosioni. Altre esplosioni. Robert Downey Jr che fa una serie di battute divertenti in mezzo alle esplosioni. Titoli di coda. Scena con battute divertenti.
Spero abbiate gradito il mio articolatissimo resoconto di Iron Man 3 di Shane Black, attesissimo (?) ultimo (??) capitolo della mini-saga dedicata a Tony Stark (nonché alla consacrazione di Robert Downey Jr come miglior mattatore cinematografico degli Stati Uniti d’America).
Vi prego, non saltate subito alle conclusione e fermate sull’orlo delle vostre carnose labbra quell’ “Alessia, porco mondo, non ti sta mai bene niente” che sta per prorompere direttamente dal cuore. Perché in realtà, a me, Iron Man 3 è piaciuto. Pure parecchio, devo dire. Il che non lo rende di certo un capolavoro, ma ne fa un prodotto godibile e meno becero del precedente capitolo (che, benché stroncato da tutto e tutti, vi confesso che qualche risata me l’aveva strappata).

Ma andiamo un pelino più in profondità, altrimenti mi sarei limitata a scrivere un laconico “Iron Man 3 godibilissimo” su Twitter, facendo avanzare sufficiente spazio per hashtaggare tutti i membri del cast fino all’addetto al catering. Partiamo subito col dire che il film si apre con una bella voice over del nostro protagonista (laddove per “bella voice over” intendo “odioso stratagemma narrativo usato e abusato a sproposito che il più delle volte spiega ciò che già possiamo dedurre semplicemente con l’osservazione delle immagini”). Mi innervosisco un pelino, fortuna che a parlare è Robert Downey Jr (o dovrei dire Tony Stark? vabbè, la distinzione mai come in questo caso è trascurabile) che risulterebbe simpatico e accattivante anche se fosse incastonato nella Ka’ba di Mecca invisibile agli occhi del mondo.
L’accattivante (malgrado la voice over) inizio mi svela ciò che già era nell’aria da tempo: il film in questione è tratto da Extremis, storia scritta da Warren Ellis e illustrata dal signor Adi Granov. Una signora storia, drammatica e avvincente, scritta bene e disegnata meglio. E in perfetta linea con il fumetto originario, Iron Man 3 prende tutto il corollario di patemi d’animo del signor Stark, industriale combatutto tra il proprio background guerrafondaio e le sue ambizioni pacifiste, e ne fa una polpettina per cani da dare in pasto agli spettatori ansiosi di ridere. Ed ecco che gli attacchi di panico diventano una barzelletta, lo stress post-traumatico dopo gli sconvolgenti (ed esilaranti, diciamolo) eventi narrati in The Avengers si riduce ad una sorta di gag smorta che non diverte né fa riflettere.

Capisco, per carità, che la leggerezza è oramai diventata la cifra distintiva dell’Iron Man cinematografico di Downey Jr: a partire dal primo film, fino alla consacrazione finale nel minestrone dei Vendicatori, Tony Stark è sempre stato il simpa della compa. Capisco, dicevo, che nessuno può (e deve) scrollare di dosso al nostro protagonista la sua irresistibile verve comica, ma c’è modo e modo di trattare un personaggio. Nel primo episodio della trilogia, Tony Stark era fondamentalmente uno stronzo con la S maiuscola e forse anche tutte le altre lettere, messo ad inizio film sull’orlo di un abisso oscuro dal quale, metaforicamente parlando, fuoriusciva insistente una voce che lo esortava a dare una svolta positiva alla propria vita di festini, festoni e festival. Tony se la vede davvero brutta e, tra una battuta e l’altra, soffre come un cane, questo è evidente. Il che non mina in alcun modo il piacere con cui ridiamo dall’inizio alla fine, ma pone l’accento sui pochi momenti davvero drammatici del film.

Ecco, questa varietà manca del tutto in questo terzo episodio. Dal punto di vista sentimentale, il film risulta piatto quanto una puntata di Elisir. Risate, battute, Gwyneth Paltrow che risplende di eleganza e Downey Jr che ammicca e conquista con il suo effervescente carisma: tutto intatto. Ma emotivamente parlando… dio mio, che disastro. Il vero miracolo sta nel non far avvertire questo immenso, colossale vuoto psicologico, ribaltando la situazione tipica dei Batman di Nolan: laddove il regista anglo-americano ha affossato ottimi momenti d’azione annegandoli in una melma di psicologismi da parrucchiere, ecco che Shane Black raschia via con veemenza ogni possibile spunto di riflessione, in nome dell’intrattenimento più puro e semplice. E lo fa davvero molto, molto bene, tanto da farti uscire dalla sala senza alcun retrogusto amaro o mieloso. Anzi, a ben guardare, senza alcun retrogusto. Tutto è alla luce del sole, non ci sono livelli di interpretazione, dilemmi o escatologie: si spara, si muore, si ride. E per stavolta, questo basta.

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